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martedì, 08 aprile 2008

la farlocca questione tibetana

L'oscena gazzarra organizzata dai fighetti di casa nostra a Parigi e a Londra per impedire il percorso della fiaccola olimpica è una forma di protesta stupida che deriva da due elementi più sociologici che politici: il senso di colpa che la piccola borghesia ha nei confronti delle presunte minoranze (ma solo se non si chiamano Rom) e la debolezza culturale di un'opinione pubblica occidentale che si crede informata e non lo è, ed ha bisogno ogni giorno di pensieri deboli, brutti simboli e brutte bandiere da sventolare, perché il pensiero forte e le belle bandiere li ha riposti nell'armadio a due ante della nonna.

Anzitutto mettiamo in chiaro una cosa: il Tibet non ha alcun diritto naturale all'indipendenza, come non ce l'ha alcun'altra regione del mondo solo perché vi si parla una lingua un po' diversa o vi si professa in maggioranza uno dei tanti credi pre-scientifici che ammorbano la razza umana. La teoria della nazione come unicum culturale ed etnico è un'aberrazione del secolo scorso: la democrazia e la ricchezza sociale vengono dal meticciato e dalla migrazione (per dirla con Caparezza "Torna al tuo paese, sei diverso! Impossibile vengo dall'universo / La rotta ho perso che vuoi che ti dica / tu sei nato qui perché qui ti ha partorito una fica").

Altro elemento: il Tibet è da sempre territorio cinese ed è stato solo per una parentesi (fino alla pacifica liberazione condotta dai rivoluzionari comunisti negli anni '50) una teocrazia oscurantista, basata su un modello economico feudale.

Durante la Guerra fredda gli Stati Uniti scelsero il Tibet, assieme all'Indonesia, tra i Paesi adatti per finanziare una quasi inesistente opposizione anticomunista (che non veniva dai ceti popolari, ma dai monaci e dall'oligarchia alla quale appartenevano), fomentarla con argomenti razzisti anti-cinesi, addestrarla con la Cia, spingerla alla rivolta con l'obiettivo di creare uno stato cuscinetto e installare una base missilistica sull'altopiano tibetano. La rivolta falli' perché non ebbe alcun seguito popolare.

Adesso che la Guerra fredda è finita la Cina è nuovamente un problema, perché produce più degli Stati Uniti, ha un mercato interno che puo' tranquillamente sostenere una crescita economica vertiginosa, ha fame di risorse energetiche e capitali per pagarle, oltre a non ricordo quanti milioni di laureati in matematica, chimica, ingegneria ed economia ogni anno. 

Ma la cosa più ridicola di questa protesta hollywodiana è che si vorrebbe pretendere che il governo cinese intavolasse un negoziato (con all'ordine del giorno la sua disgregazione nazionale) con un monaco buddista espressione di una delle caste culturalmente più arretrate e assolutamente minoritarie nella propria regione, che oltrettutto nessuno ha mai eletto. E cio' in seguito a un pogrom anticinese, organizzato dai più abbienti tibetani frustrati dalla crisi economica contro la minoranza povera cinese di Lhasa, come quello che si è visto nei giorni scorsi e che il governo cinese ha legittimamente stroncato.

Intendiamoci: la Cina viola quotidianamente i diritti umani dei propri cittadini: sta sostenendo uno sviluppo economico ineguale e feroce, tipico di ogni fase esplosiva del capitalismo. La gente viene bastonata a morte davanti ai propri figli se chiede di lavorare un'ora in meno al giorno. O dorme nelle stesse fabbriche in cui lavora ed è pagata una miseria. Questo è il solo punto autentico della questione. Su questo bisognerebbe che i vari nanerottoli della politica d'avanspettacolo come Sarkozy ponessero l'accento, quando vanno in Cina a firmare accordi commerciali e vendita di eurofighter, invece d'interrogarsi sulla propria partecipazione o meno alla cerimonia iniziale dei Giochi, cosa di cui onestamente non frega nulla a nessuno.  

E quegli stessi visi candidi che ieri sventolavano la bandierina fighetta di Reporters sans Frontières li avrei voluti vedere contestare l'entrata della Cina nel Wto, quando erano ancora in tempo. Tirare fuori la lagna dell'insignificante problema tibetano proprio in occasione delle olimpiadi puzza di lobbismo più di una giacca usata da Mark Penn.

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